Ricordo di Alfonso

di - del 13 Giugno 2016 © diritti riservati

Alfonso-MostacciuoloNon temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome:
tu mi appartieni (Is 43,1)

Giusy Severino D’Amato

E’ l’alba. Amalfi si porge allo sguardo luminosa d’azzurro.
Intorno aleggiano i suoni della festa e della gioia.
Nella festa e nella gioia sale verso l’Azzurro l’anima di Alfonso ‘o Mofone.
Per tutti noi giovani che lo abbiamo conosciuto era il Regista.
Un epiteto quanto mai veritiero per lui, che dell’arte magica ed affabulatoria del teatro aveva fatto metafora di vita.
Il teatro è comunicazione e negli anni Ottanta e Novanta Alfonso era pronto, con semplicità ed autorevolezza, a comunicare a noi giovani il fascino di questa grande magia. Ci aspettava, sornione, all’ingresso del Cinema S. Giuseppe, ci ascoltava, ci ricercava, poi ci ordinava di leggere. Non ci si poteva sottrarre al diktat della sua aggregante ‹‹convocazione››.
Il teatro è una porta sulla cultura e sulla formazione. Il suo ordine da Regista si trasformava, con semplicità, in testimonianza cristiana. Si poteva, attraverso le parole ed i gesti, imparare l’autenticità, ma anche l’arte dell’improvvisazione e l’esercizio dell’autocontrollo. Dietro la maschera complessa di ogni singola umanità, il Regista scopriva la persona.
Il teatro è un punto vitale di aggregazione per vivere la propria città e per costruire insieme una piccola comunità, anche tra le contraddizioni e le criticità, forse proprio crescendo attraverso di esse. A costruire e tenere insieme una formidabile squadra umana, nella piena gratuità, c’era l’autorevolezza paterna di Alfonso, accompagnata e spesso sottolineata dal timbro profondo della sua voce da primattore.
Il teatro è una famiglia, da dove si dipanano storie di amicizia e di amore. Ad ascoltare lisciandosi lentamente la folta barba senza giudicare, ad offrire consigli di saggezza amalfitana, carichi di gentilezza, ironia e pazienza, c’era il Regista.
Spesso sulla morte scende impietosa la retorica e si invoca il silenzio per ricordare o anche per dimenticare. Per Alfonso, per la sua magica e preziosa umanità, bisogna parlare e ricordare.
Non si può tacere su ricordi che in tanti giovani di Amalfi, oggi adulti, sono vivi e palpitanti.
Sono ricordi veri, senza retorica, un’eredità di vita.
Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere, diceva Wittgestein.
Non si può tacere, dunque, di ciò di cui si deve parlare.
Sempre presente, senza arroganza, in serenità e letizia, nel dignitoso decoro di chi si è costruito con le sue forze, Alfonso c’era, ad incitare e sostenere i giovani, ad inventarsi mille modi di essere per essere, migliori: sui campi di calcio, sulle strade della Marcia della Fede, lungo i vicoli a distribuire elenchi telefonici, nelle uscite fuoriporta tra le nevi di Lago Laceno e le fredde, accoglienti camerate di Nusco, tra le fiaccolate fiammeggianti di risate di Lourdes, sulle assi traballanti del teatrino di S. Giuseppe, negli incontri dei gruppi Famiglia. Poi in strada, accompagnato dall’ombra protettiva di Lella, al telefono, attraverso la voce di Amalia, non ha mai tirato i remi in barca.
Sempre presente, sornione e saggio, anche nella sofferenza, il nostro Regista ha sorriso sino al termine dei suoi giorni terreni sul palcoscenico dell’Amalfi migliore. La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Tuttavia, poiché Dio ama l’uomo, l’uomo può consegnare con fiducia se stesso e il frutto della sua vita nelle sue mani, in una nuova corporeità prodotta dallo Spirito. Così è avvenuto per Alfonso. Per i giovani che hanno conosciuto il frutto di questa vita è il tempo di fare memoria. E’ il tempo di recuperare nelle azioni concrete una memoria che renda consapevoli della necessaria continuità tra le generazioni.
Il ricordo di Alfonso, tangibile e vivo, autentico nelle azioni, lo unisce a noi e diventa così segno necessario per la vita più che per la morte.

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