La Chiesa di Santa Maria Maggiore nelle Visite Pastorali amalfitane

di - del 30 Aprile 2015 © diritti riservati

Santa Maria Maggiore Chiesa La Chiesa di Santa Maria Maggiore nelle Visite Pastorali amalfitane (Sec. XV – XX)

Queste brevi annotazioni, lontane dal voler essere uno studio esaustivo sull’argomento, devono considerarsi una semplice traccia sulla quale proseguire l’arduo lavoro di ricerca sulle fonti inedite relativo alla chiese amalfitane del centro urbano.

 

a cura del Prof. Salvatore D’Amato

 

Il ritrovamento della Cripta di san Filippo Neri, ha rafforzato ancora di più la mia convinzione personale che la stratificazione urbana della nostra cittadina nasconda ancora molti tesori da scoprire e che molti importanti edifici, primo fra cui la Cattedrale, celino insospettate piacevoli sorprese.

A maggior ragione, quindi, si rende oggi necessaria una meticolosa ed attenta esplorazione delle fonti archivistico-documentarie a partire dal sec. XV, epoca dalla quale, le raccolte diplomatistiche medioevali relative ad Amalfi, oramai quasi interamente edite ed esplorate a lungo da esimi studiosi, cedono il passo alle “polverose carte”- così come le definì Matteo Camera- degli archivi pubblici e privati della Costiera per avere un quadro più approfondito della situazione urbanistico – topografica della città.
In tal senso, uno dei maggiori giacimenti documentari è rappresentato dall’Archivio della Curia Arcivescovile di Amalfi. Esso si è formato grazie ad una plurisecolare sedimentazione documentaria e contiene più di settecento pergamene che vanno dall’anno 1002 (Mansone Duca) al XX sec. e circa 1500 fra filze e manoscritti miscellanei databili fra il XV ed il XX sec.
Le serie, fra cui si segnalano per priorità di importanza, le Visite Pastorali ed i Sinodi diocesani, i Bollari, gli Acta matrimonialia, gli Acta patrimonialia, gli Acta civilia et criminalia, riguardano tutte le città dell’antica Arcidiocesi ed anche le ex diocesi suffraganee di Capri e Lettere.
Uno spazio a parte, inoltre, è riservato ai manoscritti Miscellanei dell’ex Biblioteca Camera, a lungo posseduti presso la propria abitazione dall’eminente storico amalfitano e tornati all’antico legittimo proprietario, il Vescovo di Amalfi, grazie alla sollecitudine ed alla ferma volontà di Mons. Ercolano Marini nel 1939.
La ricerca che qui si presenta è frutto di una prima indagine nell’Archivio diocesano prendendo in esame quasi esclusivamente la serie delle Visite Pastorali a partire dal XV secolo.
E’ appena il caso qui di ricordare che l’Archivio di Amalfi è uno dei pochi in Italia a conservare Atti di visita pre – tridentini, cioè realizzati prima del Concilio di Trento (1545 – 1563) che ne rese obbligatoria l’effettuazione da parte dei Vescovi.
Nelle Visite del Quattrocento, comunque, vengono annotate scarne informazioni sulle condizioni degli edifici sacri,mentre i redattori si soffermano più diffusamente sull’elencazione dei bona mobilia e dei bona stabilia delle istituzioni ecclesiastiche.

Così, ad esempio, nel 1449 Mons. Andrea De Palearea, dopo aver fatto registrare il proprio ingresso in Santa Maria Maggiore con la formula “…accessit ad Ecclesiam…”, procede alla meticolosa segnalazione delle suppellettili sacre in essa contenute, fra cui si segnalano un messale in carta pergamena, dei calici, un’icona lignea deaurata, due cantara marmorea pro aqua sancta, alcuni candelabri ed arredi per altari. Successivamente fa riportare l’elenco delle rendite patrimoniali della chiesa, consistenti in alcuni castagneti siti in Tramonti nel casale di Gete, dei giardini siti a Maiori, due magazzini in Amalfi di cui uno in via “Ruga Nova”, alcune case in contrata ecclesiae Sanctae Mariae ed altri beni in Scala.
In realtà la dotazione di Santa Maria Maggiore che si ricava da questa Visita non appare essere di consistenza tale da poter produrre una rendita cospicua atta al mantenimento della chiesa e delle esigenze del Rettore, soprattutto se la si confronta con quella di altre parrocchie della città di Amalfi.

Inalterata appare la situazione di Santa Maria nel 1484, quando, il 27 settembre viene visitata dall’Arcivescovo Andrea De Cuncto, definito nelle cronache dei vescovi pater patriae per le opere da lui compiute a favore degli amalfitani, come ci ha ricordato nella sua opera “La Chiesa di Amalfi”, pubblicata nel 2006, il compianto amico Salvatore Amici.
Come elementi di novità rispetto al 1449, segnaliamo il fatto che il rettore all’epoca era l’abate Giuseppe de Mallano e che nel campanile vi era una campana.
Altre notizie su S. Maria Maggiore sono riscontrabili nelle Visite Pastorali del XVI secolo e specialmente in quelle post-tridentine, nelle quali vengono riportati maggiori particolari sulla struttura architettonica di essa.
Nella prima metà del Cinquecento, Santa Maria Maggiore appare una sola volta e più precisamente nella PLATEA di Mons. D’ANNA del 1530, nella quale vengono riportati gli stessi beni mobili ed immobili elencati nel 1449 e nel 1484. Un’annotazione che ci può interessare, riguarda un astraco posto sopra la chiesa, probabilmente alle spalle della stessa. In più nella Platea vi è una dettagliata descrizione degli obblighi cui dovevano ottemperare i rettori pro tempore in occasione della Festa degli alberi che ricordava la Traslazione del corpo di Sant’Andrea Apostolo da Costantinopoli ad Amalfi l’otto maggio 1208.
La precaria situazione in cui versava l’edificio nella seconda metà del Cinquecento è,  invece, ben testimoniata negli Atti di visita di Mons. Montilio che resse la diocesi dal 1570 al 1576. Egli, il 16 giugno 1571 accede in Santa Maria insieme al presbitero beneficiato Simonotto Cretella e la trova in parte diruta, con l’altare maggiore di marmo non bene ornato e pulito, sul quale è posta una icona della quale, a causa della vetustà e dell’umidità, non risultano più leggibili le immagini ivi raffigurate. Inoltre, lo stesso altare, non ostendit consacrationis signum.

Importante è, poi, l’annotazione che Mons. Montilio fa verbalizzare dopo la descrizione dell’altare maggiore. Egli scrive, infatti, che, avendo investigato da quanto tempo la chiesa fosse in quelle precarie condizioni, aveva saputo che essa era diruta da circa cinque anni, quindi dal 1565 circa, a causa della sua antichità, ma anche per la negligenza dei rettori, i quali non si erano curati di ripararla e restaurarla. inoltre, egli scopre che dopo che era stata danneggiata, era stata lasciata sempre senza alcuna chiusura, rimanendo aperta giorno e notte. Per tali motivi, Mons. Montilio ordinò al rettore di porre immediatamente una serratura alle porte della Chiesa e di provvedere alla riparazione di essa nel miglior modo possibile, partendo dal tetto e dalle volte e facendo in modo che quelle parti della chiesa che erano ancora in piedi, non crollassero.
Infine il Vescovo visita due altari laterali, uno a destra e l’altro a sinistra dell’altare maggiore, anch’essi in cattive condizioni a causa dell’umidità e rileva la presenza in ruinis dictae ecclesiae di alcune colonne marmoree.
Tre anni più tardi, il 7 novembre 1574, l’arcivescovo torna a visitare S.Maria Maggiore che, purtroppo, rinviene in forma primae visitationis, non avendo il rettore Pietro D’Alagno ottemperato alle sue direttive. In ogni modo, Mons. Montilio, raccomanda al D’Alagno di custodire con cura le tabule marmoree e le columne marmoree in essa presenti, affinché nessuno le porti via e gli ordina, inoltre, di darsi da fare per recuperare la campana sottratta dall’Università di Amalfi negli anni precedenti.

Nel ventennio seguente al 1574, Pietro D’Alagno da seguito ai reiterati inviti di Mons. Montilio a consolidare e riparare la chiesa.
Il 6 luglio 1593, Santa Maria Maggiore viene visitata da Mons. Rossini che fu Arcivescovo amalfitano dal 1576 al 1616. Egli trova l’altare maggiore di marmo ornato da pallio rosa, da candelabri e con sopra un’icona lignea noviter depicta su cui erano raffigurate le immagini di Santa Maria Assunta in Cielo e di due Apostoli che la guardano: evidenzia, poi, che tutta la chiesa è bene ornata ed in buone condizioni mentre prima era diruta, perché recentemente riparata e restaurata. Il rettore è ancora Pietro D’Alagno nel 1611, quando S. Maria viene rivisitata presumibilmente per l’ultima volta da Mons. Rossini.
Da questo momento in poi, la chiesa non compare più nelle Visite Pastorali per lo spazio di quasi tre secoli.
Una prima risposta potrebbe essere data dall’osservazione che alcuni fascicoli di Visite Pastorali riguardanti Amalfi,possono essere andati dispersi nel corso dei secoli e tale ipotesi appare più credibile se si considera la discontinuità di presenza delle chiese di Amalfi nella serie rispetto ad altri luoghi della diocesi.
Un’altra risposta che non esclude l’altra, potrebbe essere fornita dalla considerazione che dal 1625- così come riportato dal Camera, la chiesa divenne parte di una Congregazione religiosa.
Le uniche notizie relative a Santa Maria Maggiore,nel XVIII secolo,sono state da me rinvenute nell’inedito manoscritto Miscellaneo V alle c.351r. e 351v.
L’anonimo canonico autore del voluminoso codice, scrivendo della nostra chiesa, non valutando criticamente quanto da lui assunto, riporta quanto segue : “Questa chiesa vanta la sua edificazione del Duca Mansone circa l’anno 987 di cui ve ne è descrizione impressa in marmo; e per molto tempo è stata occupata dai Reverendi Padri Geloramini <sic> che vicino ad essa vi avevano ancora le abitazioni ,la congrua dei quali fu soppressa e per molti anni la chiesa suddetta se ne son serviti i Confratelli dell’Oratorio della Madre Santissima dei Sette dolori occupando prima la chiesa di sopra, poi quella di sotto per fare l’oratorio et esercitare atti divoti secondo le regole che da essi si osservano, numerandosi fra essi il numero di 600.Ma perché detta chiesa per li medesimi era angusta han stabilito edificare un’altra chiesa come infatti hanno cominciato ad edificare, come infatti cominciarono nel 1763 e infra due anni la hanno terminata che si vede accosto detta chiesa antica ove i confratelli fanno le loro funzioni, lasciando la vecchia chiesa”.
Lascio agli esperti la valutazione dell’importanza di tale testimonianza laddove, per esempio, si parla soprattutto delle due chiese quella di sotto e quella di sopra.
Dalla Cronaca dei Vescovi dell’Amodio, sappiamo che la chiesa fu concessa nel 1622 ai Padri della Congregazione dei Padri Gerolamini ( dalla chiesa di San Girolamo della carità in Roma dove si stabilì San Filippo Neri ,dando inizio all’Oratorio). La Congregazione amalfitana, della quale non si trova menzione nelle opere del Gasbarri, uno dei massimi storici dell’Oratorio di San Filippo Neri, probabilmente non giunse ad essere canonicamente eretta dalla Sede Apostolica e dovette vivere per un certo lasso di tempo con la semplice approvazione dell’Ordinario diocesano. E’ sicuro, inoltre, che nel 1655, così come riportato nella relazione ad Limina di Mons. Quaranta, che in essa non vi erano altro che due sacerdoti, motivo per cui non poté sopravvivere a lungo.

Continuando il nostro percorso lungo la strada tracciata dalle Visite Pastorali, nell’ottocento la Chiesa viene visitata nel 1882 dall’Arcivescovo Majorsini che la definisce, per la prima volta, succursale della Chiesa Cattedrale e la descrive con due altari di marmo, quello centrale e quello a destra dello stesso,ed uno di legno sotto la cui mensa giace il corpo di San Felice Martire. Successivamente, nel 1895, la Chiesa di Santa Maria Santissima Assunta in Cielo, viene visitata da Mons. De Dominicis il quale dedica particolare attenzione alla statua dell’Assunta ivi esposta “… per la bellezza ed espressione del volto e per i ricchi ornati e per la bella dorata nicchia in cui è custodita…”.
Col titolo di Chiesa Nuova, di cui è titolare la Vergine Assunta in Cielo, è ascritta nel Registro della Visita pastorale di Mons. Ercolano Marini. Il presule vi si reca il 3 febbraio 1916 insieme al canonico Nicola Camera ed al segretario Antonelli. Mons. Marini controlla con cura la mensa, gli altari laterali, i confessionali, l’organo, la sagrestia, tutti gli armadi e vasi sacri e da alcune prescrizioni.

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