I primati di Amalfi – La fabbricazione della carta

di - del 27 Gennaio 2016 © diritti riservati
Antiche filigrane amalfitane

Antiche filigrane amalfitane

Narra un’antica leggenda che in Cina, circa nel I secolo a.C., sarebbe stata inventata la carta a mano; essa resta per noi una leggenda. La storia, invece, indica a chiare lettere che la carta dovette essere un prodotto del genio arabo, di quelle popolazioni musulmane che nel Medioevo costituirono una grande civiltà nel Medio Oriente, sulle coste dell’Africa settentrionale ed in Spagna.

Non a caso il primo foglio di carta a mano esistente è una lettera scritta in Sicilia (isola islamizzata per più di due secoli) nel 1109 dalla contessa normanna Adelaide. Al XIII secolo si fa risalire l’introduzione della carta e delle tecniche della sua fabbricazione in Europa.

Agli Amalfitani, presenti con le loro navi e le loro colonie virtuali nei principali centri del Mediterraneo sin dall’VIII secolo, deve essere attribuito non solo il merito di questa introduzione ma anche il perfezionamento delle tecniche di produzione. Di certo si sa che essi usavano la carta già in età sveva, come conferma una decretale di Federico II, con la quale il re di Sicilia vietava ad Amalfitani, Napoletani e Sorrentini l’uso della carta nella redazione degli atti in quanto meno resistente e duratura della pergamena. Ma la prima prova certa della produzione locale di carta è un testamento del 1268, con il quale il mercante amalfitano Margarito Marcagella lasciava un magazzino, sito alle spalle dell’arsenale di Amalfi, nel quale aveva in deposito cotone e tre risme di carta: il collegamento diretto tra l’elemento basilare di produzione ed il prodotto finito costituisce una chiara prova a sostegno di quanto appena affermato; e questa è, tra l’altro, la più antica prova circa la fabbricazione della carta sul continente europeo.

Per la produzione della carta gli Amalfitani utilizzarono le tecniche già in uso nelle loro antiche gualchiere, applicando ai magli di legno, che servivano per sodare i panni di lana nelle pile (vasche in pietra calcarea), chiodi di ferro capaci di triturare gli stracci di cotone, al fine di produrre una poltiglia acquosa (pisto). Naturalmente, come per i mulini e le gualchiere, anche per le cartiere l’energia di attivazione era fornita dalla forza idraulica del fiume, convogliata per mezzo di una fitta rete di canali in muratura (anche questa una tecnica mutuata dal mondo arabo). L’acqua azionava per caduta una grossa ruota di legno (rotone), la quale trasmetteva a sua volta il moto ad un albero di trasmissione ligneo (fuso); questo ritmava il battito dei magli nelle pile.

L’impasto ottenuto era, quindi, raccolto in appositi tini, nei quali veniva calata la forma, costituita da una bordura rettangolare in legno (cassio) e dalla filigrana intrecciata mediante fili di bronzo. Quest’ultima recava il disegno del marchio di fabbrica, che indicava il committente (il giglio angioino, l’emblema di Amalfi, lo stemma di qualche arcivescovo), il fabbricante (lo stemma di famiglia), oppure il tipo di carta (l’ancora, l’angelo), visibile in controluce. La poltiglia raccolta sulla forma era pressata su feltri di lana, poggiati su di una struttura lignea “a sella di cavallo”. Una volta costituita una catasta di feltri, sui quali era attaccata la poltiglia, questa veniva sottoposta ad una pressa per la fuoriuscita dell’acqua. Quindi i fogli, ancora umidi, erano appesi in un sottotetto (spandituro) per il definitivo asciugamento a mezzo di correnti d’aria. In ultimo i fogli venivano selezionati e lisciati nella stanza dell’allisciaturo.

Le cartiere furono disseminate lungo i corsi d’acqua della Costa, in una posizione leggermente elevata, onde evitare danni durante le piene invernali. Quindi tali opifici furono realizzati nei tratti più interni, dove la portata d’acqua era meglio adatta al loro funzionamento, dei torrenti di Amalfi, Atrani, Minori, Maiori, Tramonti, Furore, Agerola. Le cartiere amalfitane producevano varie qualità di carta, tutte particolarmente ricercate nel Regno di Napoli ed anche altrove: innanzitutto la charta bambagina, quella più antica, fatta di cotone e poi le altre, confezionate anche con lino o canapa, cioè la carta strazza, la carta genovescha, la carta di Napoli, la carta piccola, la carta bianchetta. L’attività protoindustriale, alla quale lavoravano, nel periodo di massimo splendore, circa 400 addetti, era diretta dai magistri in arte cartarum ed aveva una propria confraternita nella chiesa cinquecentesca dello Spirito Santo. La produzione della carta rappresentò la seconda forma di investimento dell’imprenditoria amalfitana nel settore protoindustriale dopo quella altomedievale dei mulini ad acqua.

La tecnologia di produzione subì delle modifiche a seguito della rivoluzione industriale, che raggiunse anche Amalfi, sebbene con un certo ritardo. Fin dal XVIII secolo la produzione della carta in Costiera cominciò, purtroppo, ad essere sottoposta ad una lenta ma inesorabile decadenza. Il regime incostante dei torrenti e l’assenza di celeri e sicure vie di comunicazione con i centri di smistamento e vendita determinarono via via la chiusura della maggior parte degli opifici. Di cartiere attive ne restano oggi ben poche, condotte con passione, abnegazione e spirito di sacrificio dai loro proprietari, degni eredi dei loro padri medievali.

Di questo florido passato oggi sopravvivono imponenti vestigia soprattutto nel cuore della Valle dei Mulini di Amalfi, inestimabile patrimonio di archeologia protoindustriale minacciato dall’usura del tempo, nonché il “Museo della Carta” fondato dal compianto mastro cartaro Nicola Milano.

L’introduzione delle tecniche per la fabbricazione della carta in Occidente rappresenta senza dubbio un primato per Amalfi, un contributo rilevante per la diffusione della cultura insieme alla quattrocentesca invenzione della stampa a caratteri mobili.

Letto 5321 volte

Print Friendly, PDF & Email
1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (4 voti, media: 8,50 su 5)
Loading...
CCSA

Info CCSA

Il Centro di Cultura e Storia Amalfitana, fu istituito ufficialmente il 4 maggio 1975 rispondendo alla avvertita esigenza di dotare la prima Repubblica Marinara d'Italia di un Centro culturale che, oltre a promuovere gli studi, raccogliere e diffondere in Italia e all'estero ogni tipo di documentazione sulle Repubbliche Marinare antica e moderna. L'idea di una collaborazione con la redazione nasce dall'avvertita esigenza di valorizzazione e promozione culturale nel territorio, attraverso una rassegna che trae fonte da documentazione bibliotecaria, archivistica e dei beni culturali permanente e pubblicamente fruibile del Centro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *