I primati di Amalfi – Il Tarì

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Tarì d’oro con legenda pseudocufica araba, “R” di Ruggero II re sul diritto e croce ottagona sul rovescio, anni 1140 -1154 circa

Tarì d’oro con legenda pseudocufica araba, “R” di Ruggero II re sul diritto e croce ottagona sul rovescio, anni 1140 -1154 circa

Nel IX secolo la repubblica di Amalfi usava quale moneta il tremissi beneventano d’argento o il soldo d’oro bizantino (bisante), essendo una dipendenza nominale di Bisanzio, come Venezia, Napoli e Gaeta.

Quando tra l’812 e l’820 gli Amalfitani diedero inizio ai traffici verso l’Egitto e l’Africa settentrionale, usarono anche la divisa monetaria aurea dei musulmani, il dinar, che pareggiava in valore il soldo bizantino. In particolare i mercanti di Amalfi preferivano una sua variante coniata a mano, il mancoso; infatti, papa Giovanni VIII verso l’877, per convincere gli Amalfitani ad impiegare la loro flotta nella difesa delle coste pontificie dalle incursioni saracene, offrì loro 10.000 pezzi del mancoso arabo.

L’occasione propizia per l’istituzione di una zecca ad Amalfi, che probabilmente aveva sede nel palazzo dei duchi, si verificò tra il 969 e il 971, quando le navi amalfitane sostennero i Fatimidi nella conquista del potere in Egitto: costoro esentarono i mercanti amalfitani dal pagamento delle tasse in tutti i porti del califfato e autorizzarono la repubblica marinara a coniare tarì d’oro identici a quelli arabi.

Il tarì corrispondeva ad ¼ del dinar o del soldo bizantino. Divenne ben presto la moneta corrente dei procacciatori d’affari amalfitani operanti nel bacino occidentale del Mediterraneo.

I primi tarì coniati ad Amalfi riportavano fedelmente l’iscrizione cufica araba nel contorno, con globetti sia sul dritto che sul rovescio della moneta, la quale aveva una forma pseudo-circolare ed il peso di quasi un grammo. Essa era una divisa molto usata nelle contrattazioni mercantili. A lungo andare l’iscrizione originale veniva riprodotta in una forma sempre più corrotta; pertanto, essendo divenuto un semplice ornamento, essa viene definita dagli esperti “pseudo-cufica”. Il ritorno alle forme canoniche con l’aggiunta del nome del re normanno si verificò con Guglielmo II (1166-1189).

Nel corso dell’XI secolo cominciarono ad apparire tarì cum capite et cruce, cioè con la testa e il busto del duca in carica da un verso e la croce ottagona, simbolo della repubblica di Amalfi, dall’altro. Nel periodo normanno venivano incise le iniziali di duchi e sovrani, quali la “R” per Roberto o per Ruggero I o II e la “W” per Guglielmo.

Il tarì amalfitano era composto da 5 once d’oro (41,6%), 5 d’argento (41,6%) e 2 di rame (16,8%): valeva, quindi, 12 carati, a differenza di quello siciliano, il cui valore era di 20 carati. Pertanto, 5 tarì di Amalfi corrispondevano a 3 di Palermo.

Il potere di acquisto dei tarì amalfitano, definiti tareni boni aurei diricti et pesanti de Amalfi, era consistente, come si può evincere dal fatto che un nabidium (nave da commercio) amalfitano nel 1085 valeva 4000 tarì, un’abitazione di tre piani presso il litorale di Amalfi nel 1128 3000 tarì, una pergula de vinea (28 mq.) al Lacco di Ravello nel 1070 15 tarì.

La zecca di Amalfi nel corso dell’XI secolo emise anche follari di rame, monete di valore decisamente inferiore a quello dei tarì aurei.

Una serie di follari reca l’iscrizione “MANSO VICE DUX” con a volte il busto di un personaggio paludato e provvisto di berretto, a volte con la cinta muraria marittima e la porta della città aperta sul litorale e sottoposta ad un’alta torre. Questa serie è attribuita da alcuni studiosi a Mansone II, viceduca di Amalfi per conto del principe di Salerno Guaimario IV tra il 1039 e il 1042. Altri follari di rame amalfitani sono stati assegnati all’ultimo duca Marino Sebaste (1096-1100).

La produzione di tarì aurei continuò ad Amalfi ancora al tempo di Enrico VI di Hohenstaufen: queste monete, però, non presentano l’iscrizione cufica, bensì il busto dell’imperatore con legenda latina a lui riferita. Un’ultima serie appartiene al tempo di Federico II e presenta legenda bilingue araba e latina; essa dovette essere, comunque, emessa soltanto a scopo celebrativo.

Nel 1222 l’imperatore di Germania e re di Sicilia fece definitivamente chiudere la zecca di Amalfi, lasciando in funzione soltanto quelle di Brindisi e di Messina. Il tarì, pertanto, divenne semplicemente moneta di conto e tale fu fino a tutto il XIV secolo.

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