Le ore italiche ad Amalfi

di - del 14 Maggio 2020 © diritti riservati

Il computo delle 24 ore del giorno con inizio e termine alla mezzanotte è relativamente recente nella storia della nostra civiltà. Questo sistema, chiamato ad ore astronomiche, fu introdotto in Francia durante il XVIII secolo, perciò all’inizio se le ore erano così calcolate si specificava “ore di Francia”.

Per secoli invece, il giorno, sempre diviso in 24 ore, ha avuto inizio al tramonto per chiudersi al tramonto successivo, quando suonavano i nove rintocchi del campanone che annunziavano appunto le ventiquattrore. Questo computo delle ore era di origine italiana e fu detto “ad ore italiane” od italiche per distinguerlo da quello francese.

Diverso il discorso del cambio di data, cioè quando scattava il giorno successivo. Senza addentrarci in tale spinosa questione la data, almeno nell’Ottocento, cambiava comunque alla mezzanotte che però non erano le ventiquattro, ma un’ora diversa come si può leggere a destra della tabella riportata sotto. Ad esempio, a Natale corrispondevano alle ore sette di notte.

 

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Nel regno di Napoli agli inizi dell’Ottocento durante il decennio di occupazione francese (1806 -1815) le ore continuarono a contarsi secondo il metodo italiano. Lo stesso accadde durante la restaurazione borbonica. Anche diversi anni dopo l’unità d’Italia furono applicate le ore italiane come si può verificare dai registri dello stato civile del comune di Amalfi.

Molti matrimoni civili erano celebrati alle ventiquattro. Con ogni evidenza non può trattarsi della mezzanotte bensì del tramonto. La celebrazione a quell’ora si giustificava con la necessità di non perdere la giornata di lavoro.

I momenti salienti del giorno erano indicati dai nove rintocchi del campanone del duomo. Nell’Ottocento il popolo amalfitano riteneva il numero dei rintocchi volesse ricordare i nove mesi dall’incarnazione alla nascita di Gesù.

I rintocchi segnavano l’aurora (Paternoster), il mezzogiorno (Angelus) le 23 – dette popolarmente “l’ora ‘e juorno”, perché indicavano che c’era ancora un’ora prima del finire della giornata –  le ventiquattrore (Avemaria), ed un’ora dopo “l’ora ‘e notte” cioè la prima ora della sera.

Gradualmente nel corso del Novecento i rintocchi hanno cominciato a suonare ad ore fisse. I più anziani ricordavano il Paternoster alle 5 del mattino, adesso è alle 7. L’”ora ‘e juorno” e “l’ora ‘e notte” sono stati eliminati.

Occorre tener presente questo aspetto per stabilire l’ora odierna di alcuni eventi storici. Ad esempio il rinvenimento del capo di S. Andrea, all’una e tre quarti di notte del 28 gennaio 1846 e la perizia medica il giorno dopo 29 gennaio alle ventidue.

Si tratta di ore italiane.

A che ora odierna corrispondevano possiamo desumerlo dalla tabella allegata. Nella tabella Horarium Astronomicum a destra alla colonna Ave serotinum, che indica le ventiquattrore, vediamo che nel periodo dal 13 gennaio al 1 febbraio è alle ore 5.15. Aggiungendo un’ora e tre quarti abbiamo le sette di sera. Questo fu l’orario in cui ebbero inizio le operazioni di rinvenimento del Capo di S. Andrea.

Per l’ora attuale della perizia, le 22, bisogna togliere due ore alle 5.15. Si hanno le 3.15 pomeridiane. Con la luce del giorno dunque, un orario del tutto logico per svolgere operazioni di analisi delle ossa del corpo dell’Apostolo, mentre il 28 si aspettò la chiusura della chiesa al tramonto.

L’ora e la data della perizia, le 22 del 29 gennaio, dimostrano che il cambio di data dal 28 al 29 gennaio era avvenuto alla mezzanotte, altrimenti se la data fosse cambiata al tramonto, cioè alle ore Zero, l’una e tre quarti della sera prima e le ventidue del pomeriggio dopo avrebbero dovuto recare la stessa data del 28 gennaio essendo compresi nello stesso arco di tempo di 24 ore.

Le ore italiche hanno tenacemente resistito per anni non solo nel gergo popolare ma anche negli atti ufficiali.

Ancora nel 1893 il direttore didattico delle scuole elementari di Amalfi faceva riferimento anche ad esse per stabilire l’orario delle lezioni. Per la quarta e quinta elementare al mattino l’apertura della scuola era dalle 8 alle 10.30. Al pomeriggio “si riapre un’ora prima del Vespro cioè alle 20 ore all’italiana e si chiude alle 22 e mezza”. Dunque al mattino vi era un’ora di entrata fissa alle 8, al pomeriggio si entrava alle 20, quattro ore prima del tramonto, ad un’ora che cambiava durante l’anno.

Infatti l’orario italico comportava che cambiando continuamente la giornata di luce nel corso dell’anno cambiava anche lo scoccare delle ventiquattro ore o la prima ora di notte che dir si voglia. Ciò comportava che gli orologi ed in particolare il pubblico orologio del duomo, il quale segnava l’ora vera locale, dovevano essere continuamente regolati.

Di questo ci occuperemo in altra occasione.

Chi è interessato ad approfondire l’argomento può consultare:

Arnaldi, Le ore italiane. Origine e declino di uno dei più importanti sistemi orari del passato (prima parte) clicca qui

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