Dall’Infeudazione del Ducato alla riscoperta del Grand Tour

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Franz Richard Unterberger, Amalfi e il Golfo di Salerno, olio su tela, 1880 ca.

Franz Richard Unterberger, Amalfi e il Golfo di Salerno, olio su tela, 1880 ca.

In seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani (1282) e all’avvento sull’isola degli Aragonesi, ebbe inizio la ventennale Guerra del Vespro contro gli Angioini per il dominio del Regno meridionale: la guerra, che si svolse soprattutto sul mare, arrecò danni irreparabili all’economia amalfitana, in quanto causò il blocco navale della città, la confisca delle sue imbarcazioni per fini bellici e, non ultimo, l’affacciarsi nel Meridione dell’agguerrita concorrenza dei mercanti catalani.

Inoltre nella prima parte del XIV secolo alcune calamità naturali, quali le terribili pestilenze del 1306 e del 1348 (ben due terzi degli abitanti di Amalfi furono colpiti e solo nel vicino comune di Minori, ad esempio, si ebbero ben 355 morti come riferisce il Camera nelle sue Memorie), nonché la possente mareggiata del 1343, piegarono definitivamente l’economia della città, che nel frattempo già da alcuni decenni era rimasta piuttosto spopolata, a causa soprattutto dello spostamento verso Napoli ed altri centri del Regno degli interessi economici e politici della nobiltà locale.

Nel 1392 il Ducato, comprendente le città di Amalfi, Scala, Ravello, Minori nonché le terre di Maiori, Tramonti, Agerola, Positano, Atrani e Conca, fu concesso in feudo a Venceslao Sanseverino. Cominciava così il periodo dell’infeudazione, che fino al 1583 vide susseguirsi quali duchi di Amalfi gli esponenti delle nobili famiglie dei Colonna, degli Orsini e in ultimo dei Piccolomini.

Nel corso di questo periodo la Costa fu rinforzata mediante una serie di torri vicereali, allo scopo di proteggerla dalle incursioni dei corsari turchi. Il 27 giugno del 1544 una provvidenziale tempesta, che gli Amalfitani attribuirono all’intervento di S. Andrea Apostolo, salvò la città dalla flotta di Ariadeno Barbarossa. In quegli anni, intanto, l’economia costiera si diversificava: sorsero numerosi pastifici, soprattutto ad Amalfi, Atrani e Minori, che, mediante particolari macchinari, detti ‘ngiegni, resero famosa in tutto il Meridione la pasta della Costa.

Il declino, economico e commerciale, era ormai inarrestabile anche se il Galanti, che aveva visitato quei luoghi sul finire del secolo XVIII, pur confessando di aver stentato a ritrovare il posto “dove era la sede di una repubblica così celebre”, ritenne la Costa la “contrada più pregevole” della provincia salernitana, accanto ai casali di Salerno, allo “stato” di Sanseverino e alla dinamica città di Cava, strategicamente situata al centro dei flussi commerciali che s’irradiavano verso Salerno, Amalfi e Napoli.
Secondo l’abate Pacichelli, che visitò quei luoghi verso la fine del Seicento, la ragione principale della falcidia demografica di Amalfi era da ricercarsi soprattutto nel fatto che il suolo si era impoverito in seguito alle numerose dominazioni succedutesi; nello stesso tempo i confini si erano ristretti, sicché gli Amalfitani furono costretti a “mendicare da altri, ciò che maggiormente rilieva all’umano vitto” e dovettero battere la strada dell’emigrazione verso la capitale del Regno, Napoli.

Nel 1626 la popolazione cittadina ammontava a 1.142 unità, e dopo il modesto incremento accertato nel ’28, l’anno successivo ebbe inizio un lento movimento discendente che non si era ancora fermato nel 1682. Soltanto nel 1721 potè essere accertato un sicuro incremento demografico, dell’ordine del 99,08% rispetto al 1682, che continuò, in misura sia pure modesta, negli anni seguenti. Tra il 1742 e il 1765 si sarebbe avuta, invece, nella popolazione amalfitana, una contrazione dello 0,19%; ma già nel biennio 1765-1766 e in quelli successivi la ripresa continuò.

Il Galanti ed il Giustiniani, verso la fine del 1700, fanno ascendere la popolazione di Amalfi, rispettivamente a 2.776 e 2.800 unità.
Dal catasto onciario del 1742 si ha un quadro pressoché completo della distribuzione della popolazione lavorativa per categorie professionali: la percentuale più alta, il 16,28%, era rappresentata dagli addetti all’artigianato, buona parte dei quali si dedicava all’industria dell’abbigliamento, sartori, cositori, scarpari, ecc. Seguivano immediatamente coloro che esercitavano la pesca e i trasporti marittimi, con il 15,43%.

Il clero rappresentava l’11,63% dei qualificati, ad eccezione dei religiosi ospitati nelle comunità religiose, di cui non si ha notizia.
Scarsa rilevanza numerica aveva il “patriziato” cittadino, così come la categoria degl’intellettuali: notai, giudici, mediti o dottori fisici, come allora si chiamavano. Poco più del 6% era rappresentato dagli addetti all’agricoltura. Un posto importante nella vita economica amalfitana aveva, invece, l’attività manifatturiera: le sole industrie cartaria, laniera e molitoria impiegavano circa il 26% della popolazione attiva. Della rimanente popolazione, il 5,07% attendeva all’attività commerciale: panettieri, bottegai, merciari, venditori di vino, macellai, speziali, ecc., gli altri esercitavano i mestieri più disparati, dal tagliatore di legna, allo scalpellino, al pittore.

Nel corso del XVII e XVIII secolo la città ed il suo territorio furono sottoposti ad un totale rinnovamento artistico ed architettonico, evidente in particolar modo nelle cattedrali e nelle chiese. Lo stile barocco invase e coprì gli antichi monumenti, nascondendo definitivamente le più semplici strutture medievali. Durante il Settecento, la vita religiosa del luogo fu particolarmente caratterizzata dalla permanenza a Scala di S. Alfonso Maria dei Liguori che fondò in quella località l’ordine dei Redentoristi. Agli inizi dell’Ottocento la Costiera passò sotto il dominio di Giuseppe Bonaparte prima e di Gioacchino Murat poi. In quel tempo l’opposizione al governo giacobino e napoleonico fu piuttosto viva nel territorio dell’antico ducato amalfitano, manifestandosi soprattutto sotto forma di brigantaggio.

Solo a seguito della diffusione delle idee romantiche, anche la Costa d’Amalfi fu riscoperta quale meta di soggiorno e di studio per numerosi viaggiatori stranieri: fu così che i paesaggi, i monumenti, le scene di vita quotidiana, divennero fonte d’ispirazione per scrittori, pittori, architetti provenienti da ogni parte d’Europa ed anche dagli Stati Uniti, come il poeta Henry Longfellow che con la lirica Amalfi (1875) fece un’enorme propaganda nella sua nazione d’origine.

E’ a partire dai primi decenni di questo secolo, tuttavia, che il richiamo esercitato dalle bellezze paesaggistiche dei luoghi e le suggestioni derivanti dal loro passato ricco di storia hanno via via attirato l’attenzione di un numero sempre più ampio di estimatori, restituendo ad Amalfi ed alla sua Costa una posizione di primo piano in ambito internazionale.

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Il Centro di Cultura e Storia Amalfitana, fu istituito ufficialmente il 4 maggio 1975 rispondendo alla avvertita esigenza di dotare la prima Repubblica Marinara d'Italia di un Centro culturale che, oltre a promuovere gli studi, raccogliere e diffondere in Italia e all'estero ogni tipo di documentazione sulle Repubbliche Marinare antica e moderna. L'idea di una collaborazione con la redazione nasce dall'avvertita esigenza di valorizzazione e promozione culturale nel territorio, attraverso una rassegna che trae fonte da documentazione bibliotecaria, archivistica e dei beni culturali permanente e pubblicamente fruibile del Centro.

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